Un trio di alpinisti, composto da Mikel Zabalza, Mikel Sáez de Urabain e Rubén Pérez, ha scritto una pagina di storia nell'alpinismo himalayano con la prima ascensione assoluta del Jugal II (6.518 metri), una vetta immacolata situata nel massiccio del Jugal Himal in Nepal. Questa avventura, caratterizzata da tre estenuanti bivacchi e una meticolosa preparazione, si è rivelata una testimonianza di tenacia e abilità. Il percorso tracciato dai tre sulla parete est-sudest, estendendosi per circa 2.000 metri con un dislivello di 1.200 metri e difficoltà classificate come ED, M5+, con pendenze fino a 80 gradi, è un'ode allo stile alpino puro. La spedizione ha visto anche la collaborazione in vetta con i rinomati alpinisti italiani Nives Meroi e Romano Benet, a cui è stata dedicata la nuova via, battezzata 'Ro-Ni Himalaya Partner', un tributo al loro spirito montano e alla loro capacità di discernimento.
I dettagli dell'impresa alpinistica: la prima ascensione del Jugal II
L'inizio di ottobre ha segnato l'avvio di questa avventura nel cuore dell'Himalaya. Dopo cinque giorni di marcia attraverso la suggestiva valle del Jugal, il campo base è stato stabilito a 4.700 metri di altitudine. Prima di dedicarsi all'obiettivo principale, la squadra ha sfruttato il periodo di acclimatazione per esplorare le vette circostanti, portando a termine due nuove ascensioni: la prima sul Jugal Midi (5.380 metri) attraverso la via 'Overbooking' (MD) di 400 metri, e la seconda sul Jugal Tic Tac (5.560 metri), dove Zabalza e Pérez hanno inaugurato la 'Farindra', una via di 800 metri con difficoltà D.
Il momento culminante è giunto con l'attacco al Jugal II dal campo avanzato, posizionato a 5.200 metri. La salita si è rivelata un'ardua sfida, con la parete che presentava un intricato mix di roccia, ghiaccio e neve. La vera prova non è stata solo la progressione verticale, ma anche la ricerca di punti di sosta sicuri. Le pendenze proibitive e la quasi totale assenza di terrazze naturali hanno spinto gli alpinisti a soluzioni creative, come l'impiego di una "amaca" di fortuna creata con un telo, per ampliare le esigue cenge e consentire l'allestimento delle tende.
I tre alpinisti hanno affrontato tre bivacchi in condizioni estreme: il primo a 5.850 metri e il secondo a 6.135 metri. Il percorso si è poi innalzato su un terreno misto particolarmente impegnativo, con passaggi su roccia di qualità variabile, fino a raggiungere i pendii nevosi finali. Nonostante la sofferenza e la fatica, la loro determinazione è rimasta incrollabile. Una volta raggiunta la vetta, la discesa si è rivelata altrettanto complessa, richiedendo 16 calate in corda doppia, sei delle quali equipaggiate con ancoraggi Abalakov, minimizzando così l'impatto ambientale sulla montagna.
L'eco di un'impresa e l'incessante chiamata delle cime inesplorate
L'ascensione del Jugal II si inserisce perfettamente nel percorso esplorativo di Mikel Zabalza, un'odissea che lo ha ripetutamente condotto nelle regioni più remote dell'Himalaya, alla ricerca di vette poco frequentate e di linee ancora da immaginare. La gioia per la prima ascensione, pur non cancellando il ricordo delle fatiche e delle notti trascorse sulla parete, alimenta ulteriormente il suo spirito avventuriero. Nell'alpinismo esplorativo, la conclusione di un'impresa è spesso il preludio di nuove sfide. Zabalza stesso lo conferma: "Felici per quello che abbiamo vissuto, la nostra mente vola ora verso altre cime scoscese. Sognare fa parte dell'avventura." Questa filosofia riflette l'essenza dell'esplorazione: una ricerca continua di orizzonti ignoti, spinta da un'inesauribile passione per la montagna.