La diciassettesima Conferenza delle Parti (COP 17) della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, svoltasi a Erevan, in Armenia, si è conclusa con l'adozione di un nuovo quadro di impegni, lo Yerevan Pathway. Nonostante gli accordi raggiunti e l'annuncio di quasi due miliardi di dollari in nuovi fondi, il bilancio complessivo rivela che il mondo è ancora in ritardo significativo nel raggiungimento degli obiettivi di protezione della biodiversità fissati per il 2030. La necessità di affrontare la discrepanza tra gli impegni assunti e l'implementazione pratica delle azioni, unita alla persistente sfida dei finanziamenti e all'eliminazione dei sussidi dannosi per l'ambiente, resta una priorità assoluta.
I Risultati della COP 17 e le Sfide per la Conservazione della Biodiversità
Nelle due settimane di intensi negoziati, dal 17 al 31 ottobre, la capitale armena Erevan ha ospitato la COP 17, dove i delegati di 182 nazioni si sono riuniti per elaborare una strategia congiunta per frenare la crescente perdita di biodiversità. L'incontro ha portato alla stesura dello Yerevan Pathway e a quasi cinquanta risoluzioni volte a promuovere l'implementazione degli accordi internazionali. Tuttavia, le aspettative generate dall'accordo di Kunming-Montréal del 2022, che mirava a proteggere il 30% delle superfici terrestri, marine e delle acque dolci entro il 2030, si scontrano con la realtà dei fatti: il rapporto State of Biodiversity Action ha evidenziato che il percorso attuale non è sufficiente per conseguire i 23 obiettivi prefissati. Ciò solleva interrogativi sulla capacità globale di passare dalla formulazione di intenti alla loro concreta realizzazione.
Uno degli ostacoli principali emersi durante la conferenza è stata la questione dei finanziamenti. Sebbene gli accordi internazionali prevedano di mobilizzare 200 miliardi di dollari all'anno entro il 2030, i 2 miliardi di dollari di nuovi fondi annunciati alla COP 17, pur essendo un passo nella giusta direzione, rappresentano solo una frazione delle risorse necessarie. Parallelamente, persiste la contraddizione dei sussidi governativi destinati ad attività che danneggiano la natura, stimati in 500 miliardi di dollari annui, di cui si è discusso di una riforma entro il 2030. Tale questione è cruciale, in quanto la protezione degli ecosistemi richiede non solo nuovi investimenti, ma anche l'interruzione del sostegno economico a pratiche distruttive. Ulteriori progressi sono stati registrati nella conservazione delle foreste, nella gestione della fauna selvatica, nel controllo delle specie aliene invasive e nel rafforzamento delle conoscenze scientifiche. È stata inoltre riconosciuta l'importanza delle popolazioni indigene e delle comunità locali, custodi di territori ricchi di biodiversità, attraverso l'adozione delle Sevan Guidelines, che stabiliscono le modalità per la loro partecipazione alle politiche di conservazione. Questo riconoscimento sottolinea che la tutela della biodiversità è un compito che va oltre i governi, richiedendo il coinvolgimento attivo di chi vive e gestisce quotidianamente questi delicati ecosistemi.
La COP 17 ha chiaramente delineato le sfide e le potenzialità della comunità globale nell'affrontare la crisi della biodiversità. Dalle discussioni è emersa la consapevolezza che, sebbene le minacce siano note e molte soluzioni siano disponibili, la velocità e l'entità delle azioni intraprese sono ancora insufficienti. L'urgenza di passare dagli impegni diplomatici a interventi concreti e finanziamenti adeguati è sempre più pressante. Mentre il tempo stringe per gli ecosistemi montani, forestali, glaciali e le specie minacciate, la prossima COP 18, prevista per il 2028 a Quito, in Ecuador, sarà un appuntamento cruciale per valutare i progressi reali e determinare se la comunità internazionale sarà riuscita a trasformare le parole in fatti.