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Gli incendi alpini devastano l'Italia, dal Piemonte alla Carnia

Le regioni alpine italiane sono alle prese con un'ondata di incendi boschivi di vaste proporzioni, che stanno mettendo a dura prova le risorse e la resilienza del territorio. Dal Piemonte alla Carnia, la montagna brucia, con roghi che imperversano da settimane, alimentati da condizioni climatiche eccezionali e dalla natura impervia dei luoghi. La situazione è particolarmente critica in diverse aree, richiedendo interventi massicci e la cooperazione tra forze nazionali e internazionali per contenere i danni e proteggere le comunità.

Il Piemonte si conferma come una delle regioni più colpite, con un incremento significativo degli incendi rispetto agli anni precedenti. Il caso più emblematico è quello del Monte Barone, in alta Valsessera, dove un incendio innescato da un fulmine il 3 agosto si è esteso su un fronte di circa nove chilometri, coinvolgendo un'area stimata di circa mille ettari. Le fiamme hanno minacciato rifugi e alpeggi, e i lanci con l'elicottero sono stati incessanti per cercare di spegnere i focolai. Altre zone critiche includono il Vercellese, con fronti attivi tra Cravagliana, Sabbia, Valbella e Rimella, e l'Ossola, dove le fiamme hanno raggiunto frazioni abitate, causando danni anche all'acquedotto. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio che ha visto, solo poche settimane prima, montagne bruciare nel Parco Nazionale della Val Grande e nella Valle Cannobina. Un altro evento significativo si è verificato a luglio, con un incendio nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. I dati dei Carabinieri forestali evidenziano una situazione allarmante: dal 1° giugno al 13 agosto, sono stati registrati 129 incendi in Piemonte, quasi quattro volte il numero dello stesso periodo del 2025, a dimostrazione della gravità e dell'estensione del fenomeno.

Anche le regioni a est del Piemonte non sono state risparmiate. All'inizio di agosto, il Monte Moregallo, sopra il lago di Como, è bruciato per giorni, interessando almeno 200 ettari e richiedendo l'intervento di Canadair, elicotteri e squadre a terra. Nello stesso periodo, altri incendi hanno colpito Premana e Gordona, in Valchiavenna. Più a est, il 7 agosto le fiamme sono arrivate sui monti dell'Alto Garda, sopra Tignale, portando all'evacuazione precauzionale di circa 200 persone. In Trentino, l'incendio di Spormaggiore, in località Contra, innescato da un fulmine, ha ripreso vigore a Ferragosto a causa del vento e della perdita di vegetazione, aumentando il rischio di frane e franamenti e rendendo le operazioni di spegnimento estremamente difficili. Il fumo è visibile da ampie zone della regione, sottolineando la portata dell'emergenza.

La Carnia, in particolare, è stata dichiarata zona di "estrema criticità" dalla Protezione civile del Friuli Venezia Giulia. Il Monte Amariana è il fronte principale, ma anche il Monte Cozzarel e il Monte Naiarda sono stati coinvolti. La Regione ha stanziato 1,7 milioni di euro per affrontare l'emergenza incendi e siccità, e squadre di soccorso hanno lavorato incessantemente per proteggere edifici e strutture. L'ampiezza dell'emergenza ha richiesto la cooperazione internazionale, con l'invio di tre Air Tractor Fire Boss dalla Slovenia, che hanno operato insieme ai Canadair italiani, rifornendosi d'acqua anche in Austria. Questa collaborazione transfrontaliera evidenzia la gravità della situazione e la necessità di un approccio coordinato.

Il punto cruciale di questa crisi non è solo la quantità degli incendi, ma il periodo in cui si manifestano. I Carabinieri forestali piemontesi hanno sottolineato che gli incendi estivi nelle Alpi erano un tempo rari. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, il cambiamento climatico ha favorito un aumento di questi episodi anche durante i mesi più caldi. Un dato significativo riguarda i fulmini: in Piemonte, dal primo giugno, 18 incendi sono stati attribuiti a fulmini, contro i soli due dell'estate 2025. Questi fenomeni innescano il fuoco, ma la sua propagazione è favorita da terreno asciutto, bassa umidità, vegetazione secca e vento. L'estate eccezionale del 2026, con giugno e luglio registrati come i più caldi nell'Europa occidentale secondo Copernicus, ha esacerbato la situazione. La scarsità di precipitazioni ha prosciugato suoli e vegetazione, e al 12 agosto, oltre 567 mila ettari erano già bruciati nell'Unione europea, più del doppio della media ventennale. Gli incendi in montagna presentano sfide uniche a causa dei versanti ripidi che impediscono l'accesso alle squadre a terra, rendendo gli interventi aerei cruciali ma spesso limitati da condizioni meteorologiche avverse. La distruzione dei boschi di protezione, che stabilizzano i versanti e limitano l'erosione, può portare a un aumento del rischio di frane e caduta massi, come già osservato a Spormaggiore e sul Moregallo, evidenziando una cascata di pericoli naturali che seguono gli incendi.

In sintesi, la catena montuosa delle Alpi sta subendo danni ingenti a causa di molteplici incendi, innescati da fulmini e aggravati da un clima estivo insolitamente caldo e secco. Questi eventi, un tempo rari nella stagione calda, sono diventati una preoccupante normalità, con gravi implicazioni ecologiche e idrogeologiche. La lotta contro le fiamme è complessa per la conformazione del terreno, che richiede l'impiego massiccio di mezzi aerei e una cooperazione internazionale. Le conseguenze vanno oltre l'immediata devastazione, aumentando il rischio di frane e smottamenti a lungo termine, rendendo urgente una riflessione sulle strategie di prevenzione e gestione in un contesto di cambiamenti climatici sempre più evidenti.