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I bivacchi alpini: un rifugio d'emergenza, non un albergo d'alta quota

L'utilizzo dei bivacchi alpini è un tema caldo, in quanto sempre più persone si avvicinano alla montagna, spesso senza la dovuta preparazione. Queste strutture, concepite come ripari essenziali in situazioni di emergenza, sono purtroppo sempre più spesso fraintese e utilizzate come alloggi di fortuna per escursioni programmate. Questo comportamento improprio non solo ne snatura la funzione originaria, ma crea anche problemi significativi, tra cui il degrado delle strutture, la difficoltà di accesso per chi ne ha realmente bisogno e un aumento dei rischi per la sicurezza degli stessi escursionisti meno esperti. È fondamentale diffondere una cultura di rispetto e consapevolezza, che riconosca il valore e la funzione di questi presidi di sicurezza in alta quota.

Un recente episodio che ha acceso i riflettori su questa problematica è avvenuto al Bivacco Città di Clusone, situato in Presolana (BG). Il gestore del vicino Rifugio Baita Cassinelli ha denunciato pubblicamente, tramite le pagine de L'Eco di Bergamo, una situazione preoccupante. Ha evidenziato come un numero crescente di frequentatori, in particolare giovani e talvolta minorenni, consideri il bivacco una meta per feste o avventure da condividere sui social media. Questi gruppi salgono in quota con viveri e bevande, compresi alcolici, con l'intenzione premeditata di trascorrervi la notte, ignorando le regole basilari di rispetto e sicurezza. L'esito di questa frequentazione disinvolta si traduce in problemi igienico-sanitari e, ancor più grave, in rientri notturni rischiosi per coloro che non trovano posto e devono ripiegare sui rifugi a valle. A ciò si aggiungono atti di vandalismo, come infissi danneggiati e graffiti, che testimoniano una grave mancanza di rispetto per luoghi che sono frutto del lavoro volontario di molti.

Di fronte a questa preoccupante tendenza, emerge con forza la necessità di un richiamo generale alla responsabilità e alla consapevolezza per chi frequenta gli ambienti alpini. Il Rifugio Venezia di Vodo di Cadore (BL), posizionato a 1.947 metri di altitudine alle pendici del massiccio del Pelmo, ha intrapreso un'iniziativa educativa. Ha diffuso un video informativo realizzato in collaborazione con Nicola Cherubin, Capo Stazione del Soccorso Alpino di San Vito di Cadore. Il fulcro del messaggio è la funzione del bivacco Bonafede Giustina, installato a 2.836 metri sul Monte Pelmo nel 2024, che viene ribadita come esclusivamente quella di ricovero d'emergenza. Questo significa che il bivacco è un riparo vitale per escursionisti o alpinisti infortunati, colti di sorpresa da condizioni meteorologiche avverse, o che hanno sottostimato tempi e previsioni e necessitano di un rifugio immediato.

Cherubin ha chiarito in modo inequivocabile che il bivacco non deve essere considerato un alloggio per una sosta pianificata. Ha spiegato che la presenza di arredi essenziali, come le panche, serve unicamente a garantire un minimo di comfort igienico, non a invogliare a una sosta prolungata. Anche l'energia elettrica disponibile è destinata solo alla ricarica di telefoni per chiamate di emergenza. Il messaggio finale è perentorio: il bivacco deve rimanere sempre libero per chi si trova in reale difficoltà, e l'utilizzo improprio ne vanifica la funzione salvavita. Il video sottolinea anche l'importanza di informarsi adeguatamente prima di intraprendere un'escursione, un aspetto cruciale soprattutto in un contesto come quello del Monte Pelmo (3.168 m), vetta con caratteristiche alpinistiche e soggetta a fragilità ambientali, come i recenti distacchi rocciosi. Il Comune di Borca di Cadore ha emesso un'ordinanza di chiusura di alcuni sentieri a causa di questi pericoli, ribadendo l'importanza di consultare sempre le informazioni aggiornate.

Il presente articolo evidenzia l'urgente bisogno di educazione e rispetto per le strutture d'alta quota. I bivacchi, pensati come salvavita, sono spesso abusati da chi cerca un'avventura o un'occasione social, ignorando le norme di sicurezza e di rispetto. Il degrado e l'occupazione indebita di questi ripari mettono a rischio la vita di chi, in emergenza, non trova riparo. È essenziale che la comunità montana promuova una cultura di maggiore consapevolezza, affinché questi presidi restino disponibili e funzionali alla loro nobile causa di protezione e soccorso.