La vicenda di Joey "Danger" Evermore, il giovane scalatore che ha raggiunto la vetta di El Capitan all'età di sette anni, ha scatenato un'accesa controversia nel mondo dell'arrampicata statunitense. La questione ha superato i confini sportivi, coinvolgendo temi quali la percezione del pericolo, l'influenza genitoriale e l'impatto della narrazione mediatica sulle imprese sportive. Le autorità di tutela minorile sono state coinvolte a seguito di denunce che accusavano i genitori di aver esposto il bambino a rischi eccessivi, sebbene le indagini non abbiano riscontrato elementi sufficienti per procedere legalmente. Questo episodio ha riacceso il dibattito su cosa sia accettabile in termini di sfida e sicurezza, soprattutto quando i protagonisti sono minorenni.
La polemica ha avuto origine a maggio, quando Joey Evermore ha trascorso cinque giorni sulla via "The Nose" di El Capitan, una delle pareti più celebri dello Yosemite. Ad accompagnarlo c'erano il padre Joe, il fratello undicenne Sylvan e un team di supporto. Joey, che aveva sei anni all'inizio dell'ascensione e sette al suo completamento, è diventato la persona più giovane a salire su El Capitan. Tuttavia, è la natura della "salita" a essere stata oggetto di contestazione. Il bambino non ha affrontato i tiri da primo di cordata né ha scalato la parete con le proprie forze, bensì ha risalito corde precedentemente fissate dagli adulti. Membri più esperti del gruppo provvedevano a precederlo, attrezzare i tiri e predisporre le corde che Joey avrebbe poi utilizzato per l'ascesa.
Questa distinzione tecnica è cruciale per comprendere la controversia. Sebbene risalire centinaia di metri di corda su una grande parete comporti comunque un notevole sforzo fisico e una significativa esposizione al rischio in un ambiente impegnativo, è tecnicamente differente dal condurre o anche solo seguire in arrampicata i tiri di una via. Lo stesso padre di Joey ha chiarito di non aver mai sostenuto che i suoi figli avessero compiuto imprese paragonabili alle arrampicate in libera di El Capitan. Ha, infatti, sottolineato come molte testate giornalistiche avessero travisato la realtà dei fatti, fornendo descrizioni imprecise delle effettive modalità di ascensione dei bambini.
Le ricostruzioni dettagliate dell'evento rivelano che la spedizione sulla parete includeva un totale di nove persone: Joe Evermore, i suoi figli Joey e Sylvan, due arrampicatori esperti con il compito di condurre i tiri, un cameraman, un addetto al trasporto dei materiali e altri due individui impegnati nelle riprese e nella gestione dell'attrezzatura. Si è diffusa la notizia che alcuni componenti del team fossero stati remunerati da Evermore e non fossero affiliati alla Yosemite Mountaineering School, l'organizzazione autorizzata a operare professionalmente nel parco. Uno di questi, rimasto anonimo, ha dichiarato di aver ricevuto 4.000 dollari per cinque giorni di lavoro, aggiungendo ulteriore complessità alla percezione dell'impresa.
Un elemento che ha alimentato gran parte delle critiche è stata la forte dimensione mediatica che ha caratterizzato l'evento. Le ascensioni dei figli Evermore non sono state semplici esperienze familiari private, bensì sono state integrate in una narrazione pubblica costruita da Joe attraverso fotografie, social network, interviste e produzioni video. Già prima di Joey, anche i fratelli maggiori avevano raggiunto El Capitan risalendo corde precedentemente preparate. Dopo la scalata del figlio Sam nel 2022, la famiglia aveva partecipato a numerosi programmi televisivi, sviluppando attività promozionali, merchandising e collaborazioni con vari marchi. Attualmente, la famiglia è impegnata nella realizzazione di un documentario focalizzato sul proprio approccio educativo e sulle esperienze outdoor dei figli, evidenziando ulteriormente l'intento di capitalizzare sull'immagine delle loro avventure.
Un membro della squadra ha rivelato che, durante l'ascensione, era dedicato tempo alla produzione di immagini e video dei bambini sulla parete, descrivendo anche momenti in cui almeno uno dei piccoli piangeva. Joe Evermore ha poi confermato a People che Joey aveva pianto quotidianamente durante i cinque giorni sulla parete, aggiungendo tuttavia che il figlio non aveva mai espresso il desiderio di interrompere l'impresa. Questo aspetto solleva ulteriori interrogativi sulla volontà del bambino e sull'equilibrio tra l'ambizione genitoriale e il benessere emotivo del minore, soprattutto in contesti di grande visibilità.
Il padre di Joey ha strenuamente difeso le proprie scelte, respingendo l'accusa di aver sottovalutato il rischio. Nelle sue dichiarazioni più recenti, ha ribadito che molte delle critiche provengono da individui con una conoscenza insufficiente dell'arrampicata, incapaci di valutare la complessità del sistema di sicurezza impiegato. Egli sostiene che Joey fosse costantemente in sicurezza e che la famiglia avesse preparato a lungo l'ascensione, studiando e gestendo attentamente ogni potenziale pericolo. Inoltre, il bambino non era giunto a Yosemite impreparato: Evermore aveva iniziato a insegnargli l'uso dei dispositivi di sicurezza fin dai cinque anni, facendogli acquisire progressivamente le tecniche necessarie per risalire le corde in modo autonomo. Questo approccio mirava a una gestione controllata del rischio, piuttosto che a una sua ignoranza.
In sintesi, il caso Evermore ha evidenziato una profonda spaccatura nell'opinione pubblica riguardo alle avventure estreme che coinvolgono minori. La questione centrale non è tanto se un bambino di sette anni sia fisicamente in grado di raggiungere la cima di El Capitan – Joey ha dimostrato che ciò è possibile – ma piuttosto a quali condizioni etiche e psicologiche tale impresa dovrebbe essere realizzata. La presenza di sistemi di sicurezza può mitigare notevolmente il pericolo di una caduta, ma non elimina completamente gli altri rischi intrinseci a una big wall. Un altro aspetto cruciale è il ruolo della componente mediatica: quando un'esperienza familiare si trasforma in un record, un documentario, un contenuto social e un progetto promozionale, diventa fondamentale discernere tra i desideri autentici del bambino e le ambizioni degli adulti che lo circondano. La polemica non si concentra unicamente sulla sicurezza della corda, ma si estende a interrogativi più ampi: chi definisce un rischio accettabile per un minore? E come tale decisione viene influenzata dalla presenza di telecamere, che amplificano l'esposizione e la visibilità dell'evento?