menu switch

L'impatto dei droni sulla fauna alpina: un allarme invisibile

L'incremento esponenziale dell'utilizzo dei droni nelle aree montane, spesso considerato innocuo, sta sollevando crescenti preoccupazioni riguardo al suo impatto sulla vita selvatica. Contrariamente a quanto si possa pensare, il semplice sorvolo di questi velivoli non è privo di conseguenze per gli animali. La ricerca scientifica e le osservazioni dirette dimostrano che il rumore e la presenza dei droni inducono risposte di stress significative nella fauna alpina, con ripercussioni negative sui cicli vitali, dalla riproduzione alla ricerca di cibo, minacciando l'equilibrio di ecosistemi già delicati.

Un'indagine condotta dall'Università del Minnesota, i cui risultati sono stati diffusi nel 2015 sulla rivista "Current Biology", ha evidenziato come gli orsi neri, pur non manifestando segni esterni di allarme visibili, subiscano un notevole aumento della frequenza cardiaca al passaggio dei droni. Questo stato di allerta, sebbene non porti a una fuga immediata, è paragonabile a quello di un vero e proprio pericolo e, se cronico, può compromettere la salute e la resistenza degli animali alle malattie. Un caso emblematico ha visto la frequenza cardiaca di un'orsa con cuccioli quadruplicare al sopraggiungere di un drone, passando da 41 a 162 battiti al minuto. Questa 'invisibilità' dello stress rende difficile la sua percezione e la conseguente regolamentazione.

Le conseguenze non si limitano agli orsi. Domenico Rosselli, guardia parco delle Aree Protette Alpi Cozie, ha sottolineato come i droni rappresentino una minaccia anche per i rapaci e gli uccelli predatori, che spesso li scambiano per conspecifici rivali o predatori, attaccandoli con il rischio di ferirsi gravemente con le eliche. Anche il bestiame al pascolo, sebbene abituato alla presenza umana, mostra segni di stress a causa del ronzio. Per la fauna più piccola, come rettili e roditori, il drone può essere percepito come un rapace in agguato, scatenando reazioni di panico. L'alterazione del comportamento riproduttivo e alimentare è un'altra grave conseguenza: la fauna, costretta a spostarsi per evitare i droni, può nidificare in luoghi meno sicuri o interrompere la ricerca di cibo in momenti cruciali per la sopravvivenza.

Gli ambienti montani sono particolarmente vulnerabili a queste perturbazioni. Le stagioni brevi e le risorse limitate rendono ogni episodio di stress potenzialmente critico, influenzando la riproduzione, la crescita dei giovani e la sopravvivenza generale. Le specie come camosci, cervi e stambecchi, se spaventate, fuggono, consumando energie preziose che potrebbero essere decisive in periodi di scarsità. L'effetto predatorio percepito dai droni è in grado di interrompere la cova degli uccelli, spingendoli ad abbandonare i nidi. Una revisione sistematica pubblicata su “PLOS ONE” nel 2017 ha suggerito di evitare l'uso dei droni per scopi ricreativi, promuovendo normative più stringenti come quelle già adottate in parchi nazionali e riserve di alcuni paesi.

Ciò che rende i droni particolarmente problematici è la loro accessibilità. Costando relativamente poco e non richiedendo competenze avanzate, sono diventati un giocattolo alla portata di molti, dai semplici escursionisti ai fotografi amatoriali. Questo significa che il disturbo alla fauna, un tempo limitato a poche attività professionali regolamentate, si è diffuso capillarmente, spesso senza che gli utenti abbiano la minima consapevolezza dell'impatto ecologico che stanno generando. La sfida ora è educare e regolamentare per proteggere il prezioso equilibrio della natura alpina.