Questa narrazione eccezionale ci giunge dalle vette più alte del mondo, dove Dawa Sherpa, un alpinista esperto dato per disperso da una settimana, è stato sorprendentemente ritrovato vivo sull'Everest. La sua incredibile resistenza e la capacità di sopravvivere in un ambiente così ostile, conosciuto come la "zona della morte", hanno lasciato tutti senza parole. La vicenda mette in luce non solo la straordinaria forza dell'uomo di fronte alle avversità naturali, ma solleva anche questioni importanti riguardanti la sicurezza e la responsabilità nelle spedizioni alpinistiche.
Dawa Sherpa, figura carismatica e benvoluta nella comunità alpinistica, soprannominato affettuosamente "Hillary Dawa", è riemerso dal nulla il 4 giugno scorso. Era stato visto l'ultima volta il 29 maggio, quando, durante la discesa dalla vetta dell'Everest, si era allontanato dal suo gruppo sopra il Campo 3. Per sette lunghi giorni, l'uomo ha affrontato la discesa dalle quote estreme del Colle Sud, un tratto notoriamente pericoloso, senza cibo né il supporto vitale dell'ossigeno supplementare, e completamente solo. La sua capacità di orientarsi e muoversi in un ambiente così proibitivo, specialmente dopo che le scale di sicurezza utilizzate per attraversare i crepacci del Khumbu Icefall erano già state rimosse, è stata definita dai soccorritori un vero e proprio miracolo.
Il ritrovamento è avvenuto grazie a una squadra del Sagarmatha Pollution Control Committee (SPCC), un'organizzazione che si occupa della gestione ambientale e della pulizia dell'Everest. Gli operatori lo hanno individuato nei pressi di Crampon Point, un punto critico all'uscita della seraccata del Khumbu, mentre procedeva con estrema lentezza verso il campo base. Tshering Sherpa, amministratore delegato dell'SPCC, ha descritto Dawa come provato, con evidenti congelamenti, e in grado di parlare solo a fatica. L'alpinista ha raccontato ai suoi salvatori di aver visto un elicottero sorvolare la zona il giorno prima, di aver tentato disperatamente di segnalare la sua presenza, ma senza successo. Le operazioni di ricerca, incluse quelle aeree, erano state complicate dalle condizioni meteorologiche e dalla vastità dell'area. Anche un elicottero pilotato da Bibek Khadka, con a bordo una guida e un parente di Dawa, aveva effettuato un sorvolo il 3 giugno, senza risultati.
Dopo il suo ritrovamento, Dawa è stato prontamente evacuato in elicottero da Gorak Shep all'ospedale HAMS di Kathmandu, grazie all'intervento di Altitude Helicopter, su richiesta di 8K Expeditions. Le prime notizie dal nosocomio sono state rassicuranti: il dottor Nishant Dhakal, capo del Dipartimento di Medicina d'Emergenza, ha confermato che Dawa è stabile e non in pericolo di vita. I congelamenti hanno colpito principalmente le dita di entrambe le mani, ma il suo quadro clinico generale è buono e il processo di recupero è atteso essere rapido. Tuttavia, la straordinaria odissea di Dawa Sherpa non si conclude senza polemiche. La moglie, Damu Sherpa, ha pubblicamente accusato l'agenzia Himalayan Traverse, responsabile della spedizione, di negligenza, chiedendo chiarezza e che vengano accertate eventuali responsabilità per quanto accaduto al marito.
La sorprendente sopravvivenza di Dawa Sherpa sull'Everest rappresenta una testimonianza della resilienza umana in condizioni estreme, ma al contempo evidenzia la necessità di un'attenta valutazione delle responsabilità e delle procedure di sicurezza nelle spedizioni di alta montagna. Il suo caso, da una potenziale tragedia, si è trasformato in un simbolo di speranza e determinazione, lasciando però un monito sull'importanza di protocolli rigorosi per la salvaguardia degli alpinisti.