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Nirmal Purja: Una Vita Tra Vette e Record Infranti

Nirmal Purja, figura emblematica dell'alpinismo moderno, ha plasmato la sua eccezionale carriera su un mix di disciplina militare e un'ardente passione per le cime più alte del mondo. La sua ascesa nel panorama himalayano, segnata da record di velocità e una visione innovativa, lo ha reso un personaggio che divide l'opinione pubblica, tra chi lo celebra come un pioniere e chi lo considera l'emblema di un alpinismo eccessivamente commercializzato. La sua storia è intrisa di sfide estreme, decisioni audaci e un incondizionato spirito di squadra, elementi che hanno contribuito a ridefinire i confini di ciò che è ritenuto possibile in alta quota, ponendo l'accento sulla logistica e l'organizzazione come chiavi del successo.

La vita di Nirmal Purja, nato nel 1983 nel distretto nepalese di Myagdi, non sembrava inizialmente destinata al mondo dell'alpinismo. Cresciuto nelle pianure subtropicali di Chitwan, lontano dalle maestose vette dell'Himalaya, il suo percorso ha preso una direzione inaspettata. Prima di affrontare le montagne, Purja ha intrapreso una rigorosa carriera militare. Entrò giovanissimo nella prestigiosa Brigata Gurkha dell'esercito britannico, un corpo d'élite noto per la sua severa selezione. Successivamente, ha superato le prove per lo Special Boat Service, un'unità speciale della Royal Navy, dove ha affinato capacità essenziali come la resistenza fisica, la lucidità decisionale sotto pressione e la sopravvivenza in condizioni estreme. Questi sedici anni di servizio militare hanno forgiato in lui un metodo che avrebbe poi applicato con successo nelle sue imprese alpinistiche: chiarezza degli obiettivi, preparazione meticolosa, rapidità nell'esecuzione e una fede incrollabile nel proprio team. L'alpinismo per Purja è diventato quasi una naturale estensione della sua carriera militare, un "proseguimento verticale" delle sfide affrontate.

L'introduzione di Purja all'alta quota è avvenuta relativamente tardi, nel 2012, all'età di quasi trent'anni. A differenza di molti alpinisti esperti, lui era un novizio, ma la sua capacità di apprendere rapidamente si rivelò subito evidente. Durante un viaggio verso il campo base dell'Everest, decise di scalare il Lobuche East, una montagna di oltre seimila metri, acquisendo esperienza sul campo. Nel 2014, conquistò il Dhaulagiri, il suo primo Ottomila. Seguì l'Everest nel 2016 e, nel 2017, un'impresa che preannunciava le sue future gesta: la scalata dell'Everest, del Lhotse e del Makalu in soli cinque giorni, un primo segnale della sua straordinaria capacità di comprimere i tempi delle spedizioni. Purja non mirava a seguire le categorie tradizionali dell'alpinismo, ma piuttosto a rivoluzionarle, dimostrando che con un'organizzazione innovativa, l'"impossibile" poteva diventare "realizzabile".

Il 2019 ha segnato un punto di svolta con il lancio di "Project Possible 14/7", un'idea ambiziosa che molti consideravano irrealistica: scalare tutti i quattordici Ottomila in meno di sette mesi. Per finanziare questa impresa, Purja ha investito i propri risparmi, acceso prestiti e cercato sponsor, mettendo in gioco la stabilità della sua carriera. Partito dall'Annapurna il 23 aprile 2019, ha poi proseguito con Dhaulagiri, Kangchenjunga, Everest, Lhotse e Makalu. Durante l'estate, si è spostato in Pakistan per conquistare Nanga Parbat, Gasherbrum I, Gasherbrum II, K2 e Broad Peak. Ha completato il suo progetto in autunno con Manaslu, Cho Oyu e Shisha Pangma, terminando il 29 ottobre in soli sei mesi e sei giorni. La sua performance non è stata solo una dimostrazione atletica, ma soprattutto logistica, grazie all'uso strategico di ossigeno supplementare, elicotteri per i trasferimenti e un team nepalese di grande esperienza. Questi metodi, seppur controversi per alcuni puristi dell'alpinismo, erano parte integrante della sua strategia per dimostrare come velocità, organizzazione e capacità di recupero potessero trasformare radicalmente le spedizioni himalayane.

Durante "Project Possible", Purja ha catturato una delle immagini più iconiche dell'Himalaya contemporaneo: la lunga fila di alpinisti bloccati sulla cresta sommitale dell'Everest, vicino all'Hillary Step. Questa fotografia, che ha fatto il giro del mondo, è diventata un potente simbolo della congestione sull'Everest, della commercializzazione delle spedizioni e delle complessità dell'alpinismo d'alta quota. Questo paradosso lo ha reso contemporaneamente protagonista e acuto osservatore delle trasformazioni dell'alpinismo moderno, un ambasciatore di uno stile veloce, organizzato e mediatico, ma anche un testimone delle problematiche causate dalla crescita incontrollata delle imprese commerciali.

Un aspetto cruciale della figura di Nirmal Purja, spesso oscurato dalla grandezza dei suoi record, è il suo impegno nelle operazioni di soccorso. Durante "Project Possible", lui e il suo team hanno partecipato a diversi interventi di salvataggio, come quello sull'Annapurna, dove hanno contribuito al recupero dell'alpinista malese Wui Kin Chin, e sul Kangchenjunga, dove hanno assistito scalatori in difficoltà. Queste azioni, che avrebbero potuto compromettere il successo del progetto, hanno invece evidenziato i valori più profondi dell'alpinismo e lo spirito di solidarietà. La sua immagine si è costruita sull'idea che "nulla è impossibile", ma il suo successo è il risultato di un lavoro collettivo, in cui la squadra – composta da alpinisti nepalesi, guide, portatori d'alta quota e logisti – ha avuto un ruolo fondamentale, portando alla ribalta molti nomi che altrimenti sarebbero rimasti nell'ombra.

Il 16 gennaio 2021, Nirmal Purja ha guidato un gruppo di dieci alpinisti nepalesi nella prima ascensione invernale del K2, la seconda montagna più alta del mondo. Per la prima volta, un Ottomila mai scalato in inverno è stato conquistato da una squadra interamente nepalese, che ha celebrato la vittoria cantando l'inno nazionale pochi metri sotto la vetta. Purja è stato l'unico del gruppo a raggiungere la cima senza ossigeno supplementare. Questo traguardo ha trascende il mero risultato sportivo: ha ridefinito la percezione degli alpinisti nepalesi, spesso considerati solo come supporto per le spedizioni occidentali. Sul K2, hanno dimostrato di essere tra i migliori scalatori del mondo, un messaggio che Purja ha sempre voluto veicolare. La sua trasformazione in "Nimsdai" (fratello maggiore in nepalese) riflette la sua leadership carismatica e la sua capacità di comunicare i suoi obiettivi in modo coinvolgente. Il documentario Netflix "14 Peaks: Nothing Is Impossible" ha amplificato la sua fama globale, rendendo il suo motto "Nothing is impossible" una filosofia. Purja, a differenza degli alpinisti tradizionali, abbraccia i social media e una comunicazione diretta, ciò che ha generato dibattiti nel mondo dell'alpinismo, ma che, in ogni caso, ha ridefinito le possibilità fisiche e organizzative nelle spedizioni sugli Ottomila, perseguendo l'efficienza massima e la forza del gruppo per superare ogni limite.