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Ricordo della tragica ascensione del Nanga Parbat: 56 anni dalla perdita di Günther Messner

Questa narrazione ripercorre uno degli episodi più drammatici e significativi nella storia dell'alpinismo, focalizzandosi sulla spedizione del 1970 sul Nanga Parbat e sulla tragica perdita di Günther Messner. Attraverso le parole del fratello Reinhold, si analizzano le circostanze della salita, la decisione della traversata, la successiva controversia e il profondo impatto che questi eventi hanno avuto sulla famiglia Messner e sull'intera comunità alpinistica.

La montagna chiama, ma il suo abbraccio può essere fatale: il Nanga Parbat, teatro di gloria e dolore eterno.

L'amara commemorazione di Reinhold Messner

Cinquantasei anni dopo, Reinhold Messner ha voluto ricordare sui suoi canali social quel giorno fatale, il 29 giugno 1970. Una data che segnò per sempre la sua vita e quella della sua famiglia, quando lui e il fratello Günther scalarono il Nanga Parbat, la nona montagna più alta del mondo. Un'impresa straordinaria che si trasformò in tragedia.

La storica conquista della parete Rupal

Nel giugno del 1970, Reinhold e Günther Messner facevano parte della spedizione tedesca di Karl Maria Herrligkoffer, con l'obiettivo di realizzare la prima ascensione della maestosa parete Rupal del Nanga Parbat. Con i suoi quasi 4500 metri di dislivello, la Rupal rappresentava una delle sfide più ambite e irrisolte dell'alpinismo himalayano. Dopo mesi di preparazione e ricerca della via migliore, gli alpinisti erano pronti per l'attacco finale alla vetta. Tuttavia, le previsioni meteorologiche indicavano un imminente peggioramento. Secondo gli accordi, Reinhold avrebbe dovuto tentare la vetta in solitaria con un equipaggiamento minimo per sfruttare l'ultima finestra di bel tempo. Così partì, ma Günther lo seguì inaspettatamente. Insieme raggiunsero la cima nel tardo pomeriggio, completando la prima salita della parete Rupal.

La traversata fatale e la scomparsa di Günther

Il successo della vetta, raggiunta nel tardo pomeriggio del 27 giugno 1970, fu presto offuscato dalla difficoltà della discesa. Reinhold e Günther tentarono inizialmente di rientrare dalla parete Rupal, ma le condizioni fisiche di Günther e l'ora tarda resero impossibile una discesa sicura. Costretti a trascorrere la notte all'aperto, senza riparo, decisero all'alba di tentare la traversata verso il versante Diamir, sperando in una via di discesa più agevole, ispirati dal ricordo della spedizione di Albert Frederick Mummery. Fu durante questa rischiosa traversata che avvenne la tragedia: Günther fu travolto da una valanga, scomparendo sotto la neve. Reinhold, rimasto solo, affrontò giorni di disperata lotta per la sopravvivenza, subendo gravi congelamenti che gli costarono l'amputazione delle dita dei piedi. Il corpo di Günther non fu ritrovato per decenni, alimentando una delle più lunghe e dolorose controversie della storia dell'alpinismo.

La risoluzione di una controversia annosa

La tragedia del Nanga Parbat scatenò una lunga controversia. Per decenni, alcuni membri della spedizione, tra cui Karl Maria Herrligkoffer, contestarono la versione di Reinhold, accusandolo di aver abbandonato il fratello. Questa disputa alimentò libri, polemiche e procedimenti giudiziari, diventando uno dei casi più discussi nell'ambiente alpinistico. La verità emerse solo nel 2005, quando il ritiro del ghiacciaio Diamir rivelò i resti di Günther Messner. L'analisi del DNA, effettuata dall'Università di Innsbruck, confermò l'identità del giovane alpinista. Il luogo del ritrovamento convalidò la ricostruzione degli eventi che Reinhold aveva sempre sostenuto sin dal 1970, mettendo fine a decenni di dubbi e accuse.

Un'eredità che trascende la semplice impresa

A cinquantasei anni di distanza, la storia della prima ascensione della parete Rupal del Nanga Parbat rimane un capitolo fondamentale dell'alpinismo. La conquista della parete Rupal e la successiva traversata sono imprese leggendarie, ma la perdita di Günther ha trasformato un trionfo sportivo in una tragedia familiare indelebile. Come giustamente sottolineato da Reinhold Messner, quel giorno divenne parte della storia dell'alpinismo e della loro famiglia per sempre. Un promemoria dei rischi intrinseci di questo affascinante ma pericoloso sport, e delle polemiche che troppo spesso lo accompagnano.