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Ricordo di Franco Colombero: Una Leggenda dell'Alpinismo sul Monviso

Il mondo dell'alpinismo piange la scomparsa di Franco Colombero, una figura leggendaria che all'età di 88 anni ci ha lasciato. Riconosciuto come guida alpina emerita, Colombero è stato uno dei pionieri e dei protagonisti indiscussi di quella che viene ricordata come la 'primavera alpinistica' del Monviso. La sua dipartita segna la fine di un'era e la perdita di uno degli ultimi testimoni di una generazione di alpinisti che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ha rivoluzionato l'approccio alle maestose pareti del Re di Pietra e delle vette circostanti. Con uno sguardo innovativo e coraggioso, questi esploratori si sono avventurati alla ricerca di percorsi e itinerari ancora sconosciuti, specialmente durante la stagione invernale, tracciando nuove vie e lasciando un'impronta indelebile nella storia dell'alpinismo locale e non solo.

La storia di questi audaci alpinisti è rimasta in gran parte celata ai riflettori del grande alpinismo italiano, a causa della loro innata riservatezza e del profondo rispetto che nutrivano per la montagna. Franco Colombero, insieme a compagni di cordata del calibro di Clemente Berardo, Hervé Tranchero, Renzo Genovese, Livio Patrile, Edoardo Galliano, Bruno Lisa e Giovanni Cornaglia, ha realizzato imprese di notevole valore, compiendo numerose ascensioni estive e invernali che, pur confinate all'ambiente locale, hanno segnato un'epoca irripetibile. La loro forza, la loro determinazione e la loro capacità di affrontare le sfide più estreme con mezzi limitati hanno forgiato un'identità alpinistica unica, profondamente radicata nel territorio e nel legame indissolubile con il Monviso.

La passione di Colombero per la montagna è nata in giovane età, durante le escursioni organizzate dall'oratorio, ma è stata l'amicizia con Renzo Genovese a segnare una svolta decisiva, spingendolo verso esperienze più impegnative sulle pareti rocciose. Tra le sue imprese più celebrate spiccano l'ascensione della parete nord-ovest del Viso di Vallanta, realizzata con Clemente Berardo e Livio Patrile, e soprattutto la prima invernale della via dei Torrioni Centrali sulla parete Nord del Monviso. Il suo approccio all'alpinismo era permeato da un profondo rispetto e persino da una reverenziale paura per la montagna, come egli stesso sintetizzava: 'Della montagna avevamo rispetto e paura, molte volte si tornava indietro'. Questa frase racchiude l'essenza di un'epoca in cui i mezzi erano rudimentali e le salite spesso sconosciute, affrontate con cautela e determinazione. Sorprendentemente, Colombero ha compiuto queste gesta pur non avendo il pieno utilizzo di una mano, una limitazione fisica che non gli ha impedito di raggiungere vette alpinistiche elevate e di diventare successivamente una guida alpina di riconosciuto valore.

L'11 marzo 1961, Franco Colombero e Renzo Genovese firmarono la prima ascensione invernale della cresta sud-ovest del Visolotto. Una salita, descritta dalla rivista del CAI, che richiese quattro ore e mezza di arrampicata dal rifugio Gagliardone, caratterizzata da passaggi di terzo e quarto grado, resi insidiosi dal vetrato. Un'impresa completata in giornata, senza l'ausilio di chiodi. Il giorno seguente, il 12 marzo, Colombero era già di nuovo in azione. Insieme a Renzo Genovese, Michele Riva e Gino Bassi, realizzò la prima invernale della cresta nord-ovest del Monviso, un percorso misto di ghiaccio e roccia con passaggi fino al quarto grado, un itinerario che all'epoca era stato percorso solo da poche cordate in estate. Queste non furono gesta isolate, ma il segno di una generazione che stava ridefinendo il rapporto con l'inverno, trasformandolo da stagione di attesa a terreno di esplorazione alpinistica.

Nel 1964, Colombero e Clemente Berardo compirono la prima invernale della parete nord-ovest delle Rocce di Viso. Qualche settimana dopo, tra il 23 e il 24 gennaio 1964, Colombero, Berardo e Genovese affrontarono la via dei Torrioni Centrali sulla parete Nord del Monviso, realizzandone la prima ascensione invernale. Questa via, aperta nel settembre 1960, rappresentava un itinerario complesso di circa 700 metri tra roccia, neve e ghiaccio, in un ambiente severo dominato dal ghiacciaio Coolidge. Le valutazioni moderne la classificano come D+, con passaggi di quinto grado e pendenze su neve e ghiaccio fino a 55 gradi. Queste imprese dimostrano quanto l'alpinismo di allora fosse diverso, non solo per i materiali e le attrezzature, ma per l'isolamento e il margine di errore ridottissimo, rendendole tra le realizzazioni invernali più significative sulle Alpi Cozie.

Le ascensioni di Colombero si inseriscono in una narrativa più ampia, quella della 'terza conquista della montagna', come definita da Enrico Camanni. Dopo l'era dei pionieri stranieri e delle grandi guide, nel dopoguerra furono gli alpinisti locali a dedicarsi alla risoluzione degli ultimi grandi enigmi del Monviso. Questi uomini, provenienti dalle vallate piemontesi, cercavano nuove possibilità su pareti che conoscevano fin dall'infanzia. Il loro alpinismo, spesso lontano dalla fama e dalla notorietà nazionale, era caratterizzato da un legame profondo con il territorio. Franco Colombero incarnava pienamente questa cultura, rappresentando la dedizione e il radicamento di una comunità che ha saputo valorizzare la propria montagna, senza cercare i riflettori, ma con la genuina passione per l'esplorazione e la scoperta.

Terminata la stagione delle grandi esplorazioni, Franco Colombero ha continuato a dedicare la sua vita alla montagna attraverso l'impegno in varie istituzioni. Ha fatto parte del Soccorso Alpino, contribuendo alla sua organizzazione nelle squadre di Saluzzo-Verzuolo, Casteldelfino e Crissolo. È stato anche consigliere del CAI di Saluzzo, direttore del corso di sci alpinismo e co-fondatore di una scuola di alpinismo per i giovani, dimostrando un impegno costante nella trasmissione della sua passione. Grazie al suo lavoro, la sezione saluzzese ha avviato corsi di escursionismo alpino e di scialpinismo, inizialmente con pochi iscritti, ma cresciuti nel tempo grazie alla sua perseveranza. Tra il 1976 e il 1979, ha anche gestito il rifugio Gagliardone, luogo simbolo di molte delle sue epiche ascensioni giovanili. Colombero lascia la moglie Maria Angela, il figlio Ivan, anch'egli alpinista, Isabel e la sorella Egle.

Con la scomparsa di Franco Colombero, il Monviso perde una figura chiave che ha contribuito in modo significativo a un capitolo unico della sua storia. Quella stagione, caratterizzata da una piccola comunità di alpinisti del Saluzzese che, con discrezione e determinazione, ha affrontato le pareti invernali della montagna di casa, aprendo e ripetendo itinerari di grande difficoltà senza quasi mai trasformarli in racconti pubblici. Rimangono le vie tracciate, le antiche relazioni delle ascensioni e, soprattutto, le generazioni che hanno beneficiato del suo insegnamento attraverso le scuole e il CAI. Una traccia, forse meno appariscente di una linea disegnata sulla parete nord, ma non meno duratura, un'eredità che continua a ispirare e a testimoniare il profondo legame tra l'uomo e la montagna.