Il Senato italiano sta affrontando un'importante revisione della normativa sulla caccia, un'iniziativa che ha sollevato forti preoccupazioni tra le associazioni ambientaliste. Il DDL 1552, proposto dalle forze di centrodestra, mira a modificare la legge quadro 157 del 1992, che regola l'attività venatoria nel paese. Organizzazioni come Mountain Wilderness e WWF Italia hanno espresso la loro ferma opposizione, evidenziando come le proposte di riforma possano compromettere la protezione della fauna selvatica e favorire una deregolamentazione dannosa. Le modifiche includono la possibilità di trasformare le aziende faunistico-venatorie in imprese con scopo di lucro e l'allentamento delle restrizioni sulla caccia a specie protette, elementi che hanno già portato a una procedura d'infrazione europea contro l'Italia.
Le Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato sono attualmente impegnate nella discussione del Disegno di Legge 1552. Questo provvedimento, se approvato, introdurrà cambiamenti significativi nella legislazione sulla caccia, suscitando immediate reazioni da parte delle organizzazioni ambientaliste. Già nel 2025, Mountain Wilderness aveva manifestato la propria contrarietà, e oggi ribadisce la sua posizione, sottolineando come le modifiche proposte possano ulteriormente deteriorare un quadro normativo già fragile. Un segnale preoccupante è giunto dalla Commissione Europea nel 2024, che ha avviato una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia, rilevando difformità tra le normative nazionali sulla caccia e il diritto comunitario. Questo contesto aggrava le preoccupazioni riguardo l'attuale proposta di riforma.
Tra gli aspetti più contestati del DDL vi è una modifica introdotta con la Legge di Bilancio 2026, che consente alle Regioni di autorizzare la creazione di aziende faunistico-venatorie (AFV) anche in forma imprenditoriale e con finalità di lucro. Questa è una novità sostanziale rispetto al passato, quando tali enti operavano senza scopi di profitto. Mountain Wilderness denuncia che questa apertura potrebbe trasformare la fauna selvatica, considerata patrimonio statale, in una risorsa da sfruttare economicamente. Inoltre, le AFV operano spesso su terreni privati contigui, imponendo restrizioni ai proprietari che si vedono costretti a tollerare l'attività venatoria sui loro fondi. La recente sentenza 895/2026 del Consiglio di Stato ha invece riconosciuto la possibilità di vietare la caccia su terreni privati anche per ragioni etiche, un precedente che le associazioni ambientaliste chiedono venga considerato nella riforma.
Un'altra criticità emerge dal Decreto Sicurezza 2026, che ha inasprito le restrizioni sul porto di strumenti da taglio. Mountain Wilderness evidenzia una contraddizione con la normativa sulla caccia, che permette ai cacciatori l'utilizzo di tali strumenti. Questa discordanza normativa solleva interrogativi sull'applicazione delle regole e sui controlli, con potenziali implicazioni non solo per i cacciatori ma anche per escursionisti e frequentatori delle aree montane. Sul fronte ambientale, le associazioni denunciano un progressivo indebolimento delle protezioni, con diverse regioni che ampliano la possibilità di cacciare specie protette come tetraonidi, stambecchi e marmotte. Si segnala inoltre l'estensione dei periodi di caccia, l'uso di richiami vivi, l'apertura della caccia in aree protette e un ridimensionamento del ruolo della ricerca scientifica nelle decisioni di gestione faunistica.
WWF Italia condivide queste preoccupazioni, definendo il testo della riforma 'più pericoloso di prima'. Dopo un precedente tentativo di riforma bloccato nel 2025 grazie alla mobilitazione pubblica, le nuove modifiche sono considerate peggiorative. Il WWF critica in particolare la volontà di ridefinire la caccia come 'tradizione nazionale' e attività che 'contribuisce alla conservazione della biodiversità', giudicando tale formulazione forzata e in contrasto con i principi scientifici e costituzionali di tutela ambientale. Le associazioni sottolineano la sproporzione tra gli interessi economici legati alla caccia, che rappresentano circa lo 0,44% del PIL italiano, e il valore complessivo della natura, da cui dipende oltre la metà del PIL mondiale. Questo divario evidenzia l'urgenza di una maggiore tutela ambientale rispetto agli interessi venatori.