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Salvezza dello Stambecco: Il Governo Ritira l'Emendamento sulla Caccia

In un colpo di scena che ha rallegrato gli animi di ambientalisti e amanti della natura, il Governo ha annunciato il ritiro del discusso emendamento al DDL Malan che minacciava di includere lo stambecco delle Alpi tra le specie cacciabili. Questa decisione è il frutto di un'intensa mobilitazione da parte dell'opinione pubblica, delle associazioni ambientaliste e di diverse figure politiche. Un momento cruciale che riafferma l'importanza della conservazione e la necessità di un approccio scientifico nella gestione della fauna selvatica.

Il Destino Salvato dello Stambecco delle Alpi: Una Vittoria per la Natura e la Scienza

Venerdì 22 maggio, il Governo ha compiuto un passo indietro significativo, ritirando l'emendamento al DDL Malan (n. 1552) che, se approvato, avrebbe permesso la caccia allo stambecco alpino (Capra ibex ibex). La proposta, inizialmente approvata dalle commissioni congiunte Ambiente e Agricoltura del Senato il 13 maggio, aveva scatenato un'ondata di indignazione a livello nazionale, superando le consuete divisioni tra le comunità ambientaliste e venatorie.

La controversia è sorta perché l'opinione pubblica, insieme a numerosi rappresentanti politici, ha percepito l'apertura della caccia come un attacco diretto allo stambecco, l'animale emblema del Parco Nazionale del Gran Paradiso (PNGP), il più antico parco nazionale d'Italia. Il logo stesso del Parco raffigura l'ungulato, a testimonianza del legame storico tra la creazione dell'area protetta e la salvaguardia di questa specie.

Nel periodo di massima tensione, Alberto Avetta, consigliere regionale del Partito Democratico in Piemonte, aveva interrogato la giunta Cirio per chiedere chiarimenti sulla posizione della Regione. Avetta aveva dichiarato: “Lo stambecco è la ragione d'essere del più antico parco nazionale italiano. Aprirne la caccia è una scelta scellerata: trasformerebbe un'oasi amata dai turisti in una riserva di caccia.” Egli aveva criticato fermamente la proposta, definendola un “contentino ai cacciatori” e sollecitando la Regione Piemonte a prendere una posizione chiara.

Le reazioni negative provenienti dal mondo politico, unitamente alla forte mobilitazione delle associazioni per la protezione della natura, hanno infine indotto il Governo a una rapida inversione di rotta. Il senatore di Fratelli d'Italia, Luca De Carlo, presidente della Commissione Senato per l'Industria, il Commercio, il Turismo, l'Agricoltura e la Produzione Agroalimentare, ha annunciato: “Anticipo che, su sollecitazione del Ministro Francesco Lollobrigida e con l'accordo di tutte le forze di maggioranza di governo, già a partire dalla prossima seduta di Commissione sul tema, lo stambecco verrà escluso dalle specie cacciabili.”

In questo contesto di incertezza, il Presidente del PNGP, Mauro Durbano, aveva invitato alla cautela, sottolineando l'insostenibilità della gestione venatoria dello stambecco in quel momento. Durbano ha rimarcato che il rischio di caccia all'interno del Parco non esiste, poiché le aree protette italiane sono regolate dalla Legge Quadro 394/91, che vieta la caccia al loro interno. Ha anche precisato che gli stambecchi non sono esclusivi del Gran Paradiso, ma sono diffusi su tutto l'arco alpino, con gli esemplari del Parco che rappresentano solo una minoranza (circa 2.700 su un totale stimato di 15.000 in Italia). Pertanto, è fondamentale evitare l'errore di associare lo stambecco esclusivamente al PNGP.

Il Presidente Durbano ha inoltre spiegato che l'emendamento non era una legge attuativa e richiedeva ulteriori verifiche tecniche e il rispetto di direttive europee. Ha aggiunto che, sebbene la caccia selettiva non sia sempre incompatibile con la salvaguardia delle specie, lo stambecco è particolarmente fragile dal punto di vista genetico. La specie ha superato un grave “collo di bottiglia” nell'Ottocento, riducendosi a un centinaio di individui. Inoltre, è vulnerabile ai cambiamenti climatici e le sue colonie sono spesso isolate, con una variabilità genetica limitata. Per queste ragioni, una gestione venatoria sarebbe insostenibile senza ingenti investimenti in catture, reintroduzioni e la creazione di corridoi ecologici, interventi costosi e complessi.

Secondo i dati della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), lo stambecco alpino è ampiamente diffuso sull'arco alpino europeo, con circa 50.000 esemplari totali, il che lo classifica come “least concern” a livello europeo. In Italia, si contano circa 15.000-16.000 individui distribuiti in 60 colonie. La specie, protetta a livello internazionale dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva Habitat, non è attualmente cacciabile in Italia. Nonostante la crescita numerica, la discontinuità degli areali e la vulnerabilità genetica rendono la specie suscettibile a patologie, come dimostrato dalle epidemie di rogna e brucellosi. Questo sottolinea la necessità di affrontare qualsiasi discussione sul futuro dello stambecco con un rigoroso supporto scientifico.

Questo episodio rappresenta un monito sulla necessità di bilanciare le esigenze umane con la conservazione della fauna selvatica. La pronta risposta del Governo e l'impegno pubblico dimostrano che la protezione della biodiversità rimane una priorità condivisa. Sottolinea anche come la scienza debba essere la guida in tali decisioni, garantendo che le politiche di gestione della fauna siano basate su dati concreti e non su interessi particolari. In un'epoca di crescente preoccupazione per il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, la storia dello stambecco offre una lezione preziosa sulla resilienza della natura e sull'importanza dell'azione collettiva per la sua salvaguardia.