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Solidarietà Alpina: Onori ad Adriano Favre e Memoria di Luca Sinigaglia

La 55ª edizione del Premio Internazionale di Solidarietà Alpina, tenutasi al Paladolomiti di Pinzolo, ha rappresentato un momento di grande riconoscimento per il mondo del soccorso in montagna. Il Comitato organizzatore, presieduto da Giuseppe Ciaghi, ha ricevuto la prestigiosa Medaglia d'oro del Presidente della Repubblica, un onore che sottolinea l'importanza storica e il valore di questa iniziativa, nata oltre cinquant'anni fa. Il premio, istituito a Pinzolo nel 1972 da Angiolino Binelli in occasione del ventennale della prima Stazione di Soccorso alpino italiana, è stato concepito per celebrare coloro che, con coraggio e dedizione, si adoperano per aiutare chi si trova in difficoltà in ambiente montano, spesso mettendo a rischio la propria vita. Questo tributo riconferma il ruolo cruciale della solidarietà e del supporto reciproco nell'alpinismo e nelle attività in alta quota, valori fondanti di una cultura montana che va oltre la semplice sfida alle cime.

La cerimonia ha inoltre premiato Adriano Favre con la Targa d'Argento per la sua straordinaria carriera nel soccorso alpino, mentre la Medaglia d'oro alla memoria è stata conferita a Luca Sinigaglia, alpinista che ha sacrificato la vita per salvare altri. Questi riconoscimenti evidenziano l'essenza stessa della solidarietà alpina: un impegno costante e un altruismo che non conosce confini. Favre, figura emblematica del soccorso valdostano, e Sinigaglia, esempio di eroismo e abnegazione, rappresentano due facce della stessa medaglia, quella del coraggio e della dedizione verso il prossimo in un ambiente tanto affascinante quanto pericoloso. Il loro esempio continua a ispirare e a ricordare a tutti che, al di là delle vette e delle imprese personali, è il legame umano e la capacità di tendere una mano a definire il vero spirito della montagna.

Adriano Favre: Mezzo Secolo di Dedizione al Soccorso Alpino

La 55ª Targa d'Argento è stata conferita ad Adriano Favre, un'icona del soccorso alpino italiano, la cui carriera si estende per oltre cinquant'anni. Guida alpina di Ayas, Favre è noto per il suo instancabile impegno, specialmente nel campo dell'addestramento e dell'utilizzo dei cani da valanga, un contributo fondamentale per la sicurezza in montagna. La sua candidatura, proposta da Maurizio Dellantonio, presidente del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, ha sottolineato il valore inestimabile del suo lavoro. Già insignito nel 2020 del titolo di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella, Favre ha dedicato la sua vita a proteggere e salvare vite, partecipando a operazioni complesse in contesti difficili come Rigopiano e le grandi valanghe del Pavillon e del Marguareis. La sua profonda esperienza e la sua incondizionata dedizione hanno fatto di lui un punto di riferimento per intere generazioni di soccorritori.

La storia di Adriano Favre inizia molto presto, con il conseguimento del brevetto di aspirante guida a soli 19 anni nel 1975, preceduto già da esperienze attive in interventi di soccorso durante l'estate. Da quel momento, le sue due passioni, l'alpinismo e il soccorso, si sono intrecciate indissolubilmente. Ha operato per più di due decenni nel comprensorio del Monte Rosa, occupandosi della sicurezza di eventi di rilievo come il Trofeo Mezzalama. La sua famiglia gestisce dal 1987 il Rifugio Quintino Sella al Felik, sul Monte Rosa, a testimonianza di un legame profondo e duraturo con l'ambiente alpino. Al momento della ricezione della Targa d'Argento a Pinzolo, Favre ha voluto esprimere un pensiero di gratitudine e riconoscenza alle famiglie dei soccorritori, le quali, con il loro supporto e la loro attesa ansiosa, condividono silenziosamente i rischi e i sacrifici di chi è impegnato in missione. Questo riconoscimento è tornato in Valle d'Aosta dopo 36 anni, ricordando l'ultimo premiato valdostano, Pietro Bassi di Courmayeur, uno dei pionieri della medicina di montagna.

L'Eroico Sacrificio di Luca Sinigaglia e il Legame con Favre sul Pik Pobeda

La cerimonia di Pinzolo ha reso omaggio anche a Luca Sinigaglia, alpinista milanese di 49 anni, al quale è stata conferita la Medaglia d'oro alla memoria. Sinigaglia ha perso la vita il 15 agosto 2025 sul Pik Pobeda, in Kirghizistan, a 7.439 metri di altitudine, in un atto di estremo altruismo. Durante la discesa, è tornato verso quota 7.200 metri insieme all'alpinista tedesco Gunter Siegmund per soccorrere Natalia Nagovitsyna, una scalatrice russa rimasta bloccata con una gamba fratturata. Nonostante le condizioni proibitive, i due le hanno portato una tenda, un sacco a pelo, viveri, gas e un fornello, trascorrendo una notte in condizioni estreme per garantirle la sopravvivenza. Il suo gesto di generosità, che ha condotto al suo decesso per mal di montagna acuto durante la successiva discesa, evidenzia il più nobile spirito di solidarietà che caratterizza l'alpinismo. Questo evento ha acquisito un significato ancora più profondo considerando che Sinigaglia aveva già soccorso Nagovitsyna anni prima sul Khan Tengri, dopo la tragica morte del marito di lei in quota, dimostrando una coerenza esemplare nel suo altruismo.

Esiste un legame profondo e toccante tra le storie di Adriano Favre e Luca Sinigaglia, due figure celebrative di questa edizione del Premio. Nell'agosto dello stesso anno della scomparsa di Sinigaglia, Adriano Favre è tornato proprio sul Pik Pobeda. Ha partecipato attivamente a una missione organizzata dall'International Rescue Team in collaborazione con il CNSAS, con l'obiettivo di localizzare il corpo dell'alpinista milanese. Nonostante l'impiego di droni in dieci voli tra i 6.400 e i 6.800 metri, non sono state trovate tracce utili per il recupero, a causa delle abbondanti nevicate e della complessità del terreno montano. Come ha spiegato Favre, l'obiettivo era offrire una risposta e un po' di pace alla famiglia di Sinigaglia. Questo incontro tra le loro storie sottolinea il messaggio intrinseco del Premio di Solidarietà Alpina: il valore di un gesto in montagna non si misura solo dalle cime conquistate, ma dalla capacità di sacrificarsi per il prossimo, dall'impegno indefesso nel soccorso e dalla solidarietà che unisce gli uomini di fronte alle sfide della natura.