A pochi giorni dal ritrovamento del signor Sherpa, emergono particolari ancora più sorprendenti sulla sua incredibile odissea. La guida nepalese, già celebre per aver trascorso quasi una settimana da solo sulla montagna più alta del mondo dopo essere stato dichiarato disperso, aveva già catalizzato l'attenzione globale. Ora, nuovi elementi aggiungono strati di meraviglia alla sua vicenda già straordinaria.
Le informazioni più recenti sono state raccolte da un'altra guida himalayana, Tshiring Jangbu Sherpa, che ha ascoltato il racconto diretto dal nipote del protagonista, Kunga Sherpa. Secondo questa testimonianza, Dawa stava affrontando la discesa dal Campo 4 (circa 7900 metri) in compagnia di quattro clienti quando, nella sezione della 'fascia gialla' (circa 7700 metri), ha iniziato a manifestare serie difficoltà motorie. Nonostante la lentezza, è riuscito a raggiungere il Campo 3, dove ha trovato rifugio in una tenda abbandonata per la notte. Il giorno seguente ha ripreso la sua marcia verso valle, facilitata dalla presenza di corde fisse tra il Campo 2 e le quote superiori. Tuttavia, giunto al Campo 2, ha trovato un desolante panorama: il campo era stato completamente smantellato, senza tende, compagni o cibo. Dopo aver vanamente cercato qualcosa per nutrirsi, ha proseguito affamato verso il Campo 1, un percorso che, secondo il nipote, gli è costato un giorno e una notte di immani fatiche. L'episodio più drammatico si è verificato appena sopra il Crampon Point, una zona che precede la seraccata del Khumbu. Qui, la scala solitamente utilizzata per attraversare un crepaccio era già stata rimossa. Nel tentativo di saltare dall'altra parte, Dawa ha perso l'equilibrio ed è precipitato nella fenditura, rimanendovi bloccato per circa quarantotto ore. Per mantenersi in vita, ha consumato barrette di cioccolato, caffè istantaneo e neve o ghiaccio per idratarsi. Una svolta quasi miracolosa è avvenuta quando ha udito il rumore di un crollo nella seraccata del Khumbu Icefall. Una vasta porzione di ghiaccio si è staccata, andando a sbattere proprio contro una delle pareti della fenditura. Durante la notte, il ghiaccio si è solidificato, formando una specie di ponte naturale che gli ha permesso di arrampicarsi fuori e riprendere la discesa, fino al suo fortunato ritrovamento.
Nel frattempo, giungono notizie rassicuranti dall'ospedale HAMS di Kathmandu, dove Dawa è ricoverato. I medici lo hanno dichiarato stabile e fuori pericolo, nonostante una grave disidratazione, congelamenti alle dita delle mani, una frattura al femore distale destro e un ematoma significativo alla coscia. Attualmente è sottoposto a terapie specifiche e trattamenti di supporto. I suoi familiari confermano che Dawa parla con lucidità e le condizioni delle sue dita, inizialmente molto preoccupanti, sembrano migliorare, alimentando la speranza di evitare amputazioni estese. Si prevede un suo trasferimento in un reparto ordinario nei prossimi giorni. Questa straordinaria vicenda ha acceso un acceso dibattito in Nepal sulle responsabilità dell'accaduto. La famiglia ha avviato azioni legali contro l'agenzia organizzatrice e ha richiesto un'indagine approfondita, sostenendo che i soccorsi siano stati attivati con inaccettabile ritardo. Anche la Nepal Mountaineering Association (NMA) ha espresso pubblicamente la sua preoccupazione, definendo il caso una grave questione etica e umanitaria e sollecitando la creazione di una commissione indipendente per chiarire come una guida così esperta abbia potuto ritrovarsi isolata sui campi alti dell'Everest per giorni senza che venisse intrapresa una ricerca efficace.
La vicenda di Dawa Sherpa sull'Everest, pur sollevando interrogativi importanti sulle procedure di sicurezza e responsabilità nelle spedizioni himalayane, si erge come un luminoso esempio di resilienza umana. La sua capacità di sopravvivere in condizioni estreme, affrontando disidratazione, congelamenti, una frattura e due giorni bloccato in un crepaccio, è una testimonianza commovente della forza dello spirito umano e della sua tenacia di fronte alle avversità. In un mondo che spesso ci spinge a sottovalutare le nostre capacità, la storia di Dawa ci ricorda che, anche nei momenti più bui e apparentemente senza speranza, la volontà di lottare e la speranza possono aprire nuove vie verso la salvezza. È un inno alla vita, alla perseveranza e all'incredibile capacità dell'individuo di superare limiti che sembrano invalicabili, ispirando in noi un profondo senso di ammirazione e una rinnovata fiducia nelle potenzialità dell'essere umano.