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Svalbard: L'Antico Cimitero Minacciato dallo Scioglimento del Permafrost

Il permafrost, conosciuto come la "colla" millenaria che mantiene stabile il paesaggio montano, è ora al centro di un drammatico allarme, particolarmente evidente nelle regioni più settentrionali. Nelle Alpi, il suo scioglimento ha già rivelato gravi rischi di crolli, ma nell'Artico, la situazione assume contorni ben più preoccupanti. Qui, il suolo congelato, che per secoli ha preservato un'enorme quantità di storia e reperti, si sta deteriorando rapidamente, minacciando siti archeologici inestimabili e rivelando storie umane dimenticate. La conservazione di questi "archivi" naturali è diventata una sfida urgente e globale.

Le Antiche Sepolture di Likneset Sotto Assedio

Un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PLOS One, lancia un grido d'allarme riguardo al cimitero costiero di Likneset, situato nelle remote Isole Svalbard. Le autrici della ricerca, Lise Loktu dell'Istituto Norvegese per la Ricerca sul Patrimonio Culturale e Elin Therese Brødholt dell'Ospedale Universitario di Oslo, hanno condotto un'analisi comparativa tra gli scavi degli anni '80 e quelli più recenti del 2016 e 2019. I risultati sono sconcertanti: si è registrato un degrado accelerato e inesorabile delle sepolture a causa dell'erosione costiera e dello scioglimento del permafrost. Questa devastazione sta letteralmente "divorando" i resti lungo la riva. In particolare, mentre le ossa mostrano una minima resistenza, i tessuti e gli abiti d'epoca si sono quasi completamente dissolti nell'arco di pochi decenni. Questa perdita rappresenta un danno incalcolabile per la scienza e la comprensione delle vite passate, in quanto queste tombe non custodiscono leggende, ma le autentiche storie di uomini e donne.

I resti umani rinvenuti nel sito di Likneset narrano vicende commoventi e drammatiche. La maggior parte degli scheletri appartiene a giovani uomini, quasi adolescenti, che furono consumati dalla vita estenuante imposta dalla prima grande industria mondiale dell'olio, all'epoca ricavato dalla lavorazione del grasso di balena. Le analisi isotopiche hanno rivelato che questi giovani provenivano da svariate regioni europee, tutti uniti nell'Artico da una medesima, tragica dieta. Nonostante fossero reclutati per la loro robustezza, gli esami osteologici mostrano evidenti segni di uno sforzo fisico disumano. La loro morte non fu causata da incidenti con le balene o scontri, bensì da una malnutrizione cronica, dovuta a provviste insufficienti per affrontare il freddo glaciale, che sfociò in diffuse forme di scorbuto e un accumulo fatale di stress metabolico. "Questi scheletri ci rivelano il pesante costo umano della nascente industria energetica europea. Con il progressivo scioglimento del permafrost e l'accelerazione dell'erosione costiera, stiamo assistendo alla perdita irreversibile di interi archivi di vite umane", hanno dichiarato le studiose.

Ciò che sta accadendo nelle Svalbard ci insegna che la pratica consolidata di lasciare i reperti archeologici in situ, nella speranza di garantirne la conservazione, non è più sostenibile. Fenomeni simili si stanno manifestando in tutto il bacino artico, dove il cambiamento climatico impone un urgente ripensamento delle strategie di tutela. Sebbene lo studio si basi su un campione limitato, le autrici enfatizzano l'importanza di un monitoraggio costante e di una revisione delle politiche di salvaguardia. Senza interventi mirati di documentazione e recupero, le coste artiche rischiano di inghiottire irrimediabilmente archivi biologici e culturali che racchiudono ancora pagine inesplorate della nostra storia.